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Roche – A fianco del coraggio
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Maturità
Quando ho iniziato l’ultimo anno del liceo, appena diciottenne, avrei voluto avere paura di moltissime cose: dell’esame di maturità, di quello della patente, delle meduse, delle altezze o di non essere ricambiato dalla ragazza che vedevo passare ogni giorno nei corridoi della mia scuola.
Avrei voluto tremare per questo, stare nel letto e chiudere gli occhi, pensando a una scusa con la quale l’avrei potuta fermare e chiederle di conoscerci. Oppure avrei voluto moltissimo disperarmi per l’imminente interrogazione di matematica, quella che atterriva tutti gli altri.
Io però non potevo avere paura, o quantomeno non lo si doveva vedere. Non potevo permetterlo, perché tutte le paure che avevo sempre avuto erano divenute insignificanti, sostituite da una Paura più grande.
La vedevo sempre negli occhi di mio padre, che pure erano convinti di essersi abituati a tutto durante le sue missioni all’estero. La vedevo anche negli occhi dei miei fratelli, sebbene avessi come un sesto senso che mi faceva pensare che non potessero coglierla appieno. La vedevo anche nei miei di occhi, nascosta ogni volta che mi specchiavo, ma comunque presente.
La Paura era assente solo dagli occhi di mia madre, gli unici azzurri della famiglia. Proprio lei che aveva scoperto in quei mesi di avere un tumore al quarto stadio al seno. Proprio lei, che nel giro di poche settimane, a causa delle metastasi ossee, era finita su una sedia di cui non si sarebbe mai più disfatta. Lei che ora aveva perso i capelli che amava curarsi e che da essere il motore della famiglia ora era sempre stanca, dolorante, stesa sul letto.
Lei non aveva Paura.
Mi chiedevo come facesse. Quindi m’imposi che l’avrei seguita. Neppure io avrei più dovuto aver Paura.
Piangevo, ma da solo. Urlavo contro nessuno, e l’eco si spegneva nel cielo.
Ora capisco che magari lei faceva altrettanto. Anche lei, come me, e forse come mio padre e i miei fratelli, tutti noi, cercavamo di far finta di non avere Paura. Un sorriso, anche forzato, o lavarsi la faccia per confondere le gocce d’acqua con quelle del pianto, per non far vedere che si stava crollando.
Non si trattava di nascondersi, ma di dire agli altri che loro potevano avere Paura. Potevano piangere e urlare, perché tanto c’era chi stava al loro fianco e di Paura non ne aveva.
Perché la malattia è bastarda: non colpisce solo la persona, ma infetta gli altri, li butta giù, plasma le loro vite. Però a casa abbiamo imparato a resistere. Piano, piano, rispondendo colpo su colpo. Spalleggiandoci. Iniziando ad asciugare anche le lacrime degli altri, tornando ad avere paura anche delle piccole cose. Della maturità, delle meduse, di non essere ricambiati in amore. Ci siamo detti che quella Paura aveva già troppo potere, già ci aveva cambiato troppo. Era arrivato il momento di accoglierla, farla nostra, per poterla guardare negli occhi, tutti insieme.
Me lo ricordo quello che mi disse mio padre, il giorno in cui decise che non avremmo più dovuto avere Paura: “Sai, non credo che torneremo più come prima, alla normalità. Però devo chiedere a te e ai tuoi fratelli di costruirla, insieme, una nuova normalità. Dobbiamo aiutare mamma”.
Oggi mia madre lotta con il tumore da quasi cinque anni. Della sedia non s’è liberata, ma è tornata a pettinarsi. Oggi è partita con mio padre per fare il viaggio che da anni rincorrevano, quello in Palestina. So che lo faranno tenendosi la mano, perché mamma ha paura di volare.
Ma se stringi la mano giusta, puoi ritrovare il coraggio.